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UK: dieci “porto-franco” per il dopo Brexit

Londra. Il Governo inglese, a guida Boris Johnson, cercherà di mitigare gli effetti economici negativi dovuti alla Brexit. La Brexit, per il premier britannico, si avvia a essere applicata senza un accordo conveniente per la Gran Bretagna, inficiando accordi internazionali nel settore dei trasporti marittimi e danneggiando in particolar modo i bilanci economici dei porti.

In questi ultimi giorni, le Autorità portuali (British Port Authority)  ed il Governo hanno messo a punto un piano per cercare di mitigare i possibili problemi transfrontalieri che potrebbero sorgere, a breve dopo il 31 ottobre prossimo,  nei porti ro-ro. Il piano prevede l’istituzione di “Freeport”al fine di stimolare l’economia marittima del dopo Brexit, cercando di rafforzare la crescita del Regno Unito e garantire sviluppo alle città beneficiando delle opportunità commerciali generate dal piano.

L’idea dei “Freeport”nel Regno Unito mira a trasformare i porti e gli aeroporti del paese in delle zone per il commercio più libero. Infatti, i freeports assicurano che le città portuali e aeroportuali dell’UK possano beneficiare di nuove opportunità economiche post-Brexit, tra cui un aumento degli scambi con gli Stati Uniti e incidere sui mercati asiatici in rapida crescita, e saranno sollecitati a firmare più accordi di libero scambio con partner globali.

Inoltre, “Brexit” significa che il Regno Unito attuerà autonomamente la sua politica commerciale per la prima volta in quarantacinque anni, attuando le proprie normative e sviluppando le proprie politiche per promuovere ulteriormente le economie nel paese. Scenario che l’Inghilterra ha già visto gli utili economici realizzati con i dockland di Londra negli anni ’80; i freeports fungeranno da motore di sviluppo economico per le città del Regno; creeranno impresa e produzione onshore, come porta d’accesso per nuove prosperità e nuova occupazione. Il Governo di Boris Johnson sta seguendo l’esempio degli Stati Uniti che ha sperimentato con successo i porti liberi; strategia innovativa che ha creato oltre 250 zone di libero scambio, impiegando 420.000 addetti, molte dei quali con posti di lavoro molto qualificati.

Se il modello americano sarà implementato con successo, il Regno Unito potrebbe avere un impatto economico efficace tale da dimenticare il periodo trascorso nell’Ue. Secondo il Governo britannico, i porti e gli aeroporti potranno accedere al bando di gara, di prossima emanazione, per presentare un’offerta-progetto di candidatura a essere uno dei dieci Freeport. I porti che hanno già espresso interesse nel processo di offerta sono il Port of Tyne, Milford Haven e London Gateway; si sta pensando di includere anche il porto di Teesport, sede di una centrale elettrica, la più grande del Nord del paese.

 

Abele Carruezzo

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Scritto da Abele Carruezzo su ago 10 2019. Archiviato come Internazionale, News, Porti, Trasporti. Puoi seguire tutti i commenti di questo articolo via RSS 2.0. Commenti e ping sono attualmente chiusi

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