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Decarbonizzare non significa distruggere la capacità energetica di un sito portuale – industriale europeo

Non servono convegni per giustificare il lancio di foreste e giardini portuali che non saranno mai funzionali allo sviluppo di un territorio. Mettere dei gerani sui balconi non significa avere l’abitabilità di una casa. E’ urgente e opportuno pensare alla casa che sta per crollare, grazie a scellerate scelte politiche. Nel salutare benevolmente chi (con molto ritardo) riscopre la bellezza di una città – porto, la stessa città  definita per anni  con un “bad appellativo”, riferito ad una marca di sigarette, possiamo dire che la teoria della decarbonizzazione è un assunto politico a favore di un’altra, quella del “new deal”, ancora senza progetti e senza insediamenti occupazionali.

Tutto è iniziato con l’accordo di Parigi del 2015, quando 200 Paesi circa si sono impegnati a contenere l’innalzamento della temperatura del nostro sistema “terra + atmosfera” ai livelli pre-industriali di sotto i 2°C e di perseguire azioni per limitare tale aumento a 1,5°C.  Qualunque sito industriale di produzione energetica si trova, oggi, ad affrontare un aumento di domanda energetica crescente e di soddisfare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La decarbonizzazione intesa come strategia industriale è da tempo strutturalmente integrata nell’industrie italiane e lo si evince dalla forte riduzione delle intensità emissive (quasi del 20% negli ultimi cinque anni).

Mentre la decarbonizzazione intesa come strategia politica non sta aumentando l’intensità delle unità lavorative dello stesso settore industriale e gli orizzonti di nuovi insediamenti non sono stati ancora finanziati. Non si vuole comprendere che il passaggio al post industriale, detto tecnicamente del low – carbon e non necessariamente altro, non può avvenire per decreto, o con slogan durante qualche convegno di apertura di campagna elettorale (vedasi quello di Brindisi al seguito del governatore pugliese). Occorre una consapevolezza, da parte della politica, ad avere una new – vision industriale e una responsabilità nelle scelte delle necessarie strategie. L’orizzonte temporale del 2030 non è una scadenza neutra, ma una data per iniziare un altro percorso industriale.

Lungo questo percorso si dovrà aumentare l’efficienza di una capacità industriale e minimizzare le emissioni dirette in atmosfera, garantendo anche benefici climatici e ambientali, portando anche impatti positivi sulle comunità locali in termini di sviluppo economico e sociale. Poi occorrerà un “piano delle capacità energetiche “ di uno Stato per definire criteri e quote per stabilire fonti di low – carbon, di gas, di biofuel, di energia elettrica da solare, eolico e sistemi ibridi, l’implementazione di tecnologie per lo stoccaggio e cattura della CO2 e lo sviluppo d’iniziative di economia circolare e altro.

Il sistema industriale degli ultimi decenni, politicamente si è retto su modelli lineari di produzione e consumo, in cui i beni sono prodotti, venduti e utilizzati e scartati come rifiuto a fine vita. Oggi si parla di una crescita circolare che possa ridurre gli sprechi, trasformare gli scarti e dare una nuova vita utile a quanto già esiste.  L’Italia ha tracciato il Piano nazionale integrato energia e clima, approvato da Bruxelles, e che rappresenta una strategia coordinata tra settore elettrico e gas affinché la transizione energetica non si trasformi in un’occasione persa. Una città – porto, polivalente, industriale energetico di una potenza industriale come l’Italia, come riuscirà a declinare un simile scenario nazionale ed internazionale?

Il porto e l’intero cluster dello shipping fanno parte di una catena di approvvigionamento globale e rappresentano un asset fondamentale per la crescita o la decrescita economica di una città, regione, nazione. La domanda/offerta internazionale di servizi e beni legati al trasporto marittimo stanno subendo forti mutamenti; la produzione sta subendo frammentazioni con diversa flessibilità della supply chain. Questo ci porterà a considerare nuove declinazioni del settore navale in genere: la produzione di beni e servizi ci porta a legare insieme l’infrastruttura portuale alle navi e alle rotte; questo ci impone a considerare l’asset portuale prima di una trasformazione delle industrie che gravano su un determinato territorio.

Se si vuole declinare sviluppo industriale con sviluppo economico ed occupazionale, salvaguardando ambiente e salute, occorrerà prima mettere in condizioni infrastrutturali adeguate un porto per poi relazionarlo alle navi e alle rotte. La vicenda “Taranto” ci deve insegnare quanto importante è un’industria (qui dell’acciaio) per l’Italia e per l’Europa: se finisce Taranto, l’Italia intera perde capacità industriale e sarà messa “fuori” dall’Europa, cioè fuori dalle rotte che contano.

Brindisi, come Taranto, rappresenta l’altra faccia della medaglia europea, quella energetica. Perché non pensare di dotare le due aree pugliesi e di sistemi portuali diversi di aree “free – franche” che, unitamente alle Zes, potrebbero garantire nuovi insediamenti industriali ed alternativi? Guerre dei dazi, la strategia Belt & Road dei cinesi, Brexit, nazionalismo e protezionismo, tensioni in Medio Oriente e in America latina, stanno generando incertezze nei settori del trasporto marittimo dei dry cargo, tanker e container. Grandi incertezze le porteranno anche le nuove normative IMO-2020 sulle emissioni inquinanti nel trasporto marittimo e che impongono combustibili con un tenore di zolfo dello 0.5% contro l’attuale del 3,50%.

Seguiranno le trasformazioni tecnologiche che il settore navale si troverà ad affrontare: diffusione dell’innovazione nelle comunicazioni e la digitalizzazione. Bene ha fatto il cluster marittimo – portuale di Brindisi, (Propeller Club Port, Operatori portuali tutti, Sindacati, CNA e Confindustria), a chiedere un tavolo di crisi per affrontare il passaggio delicato della decarbonizzazione.  Tale processo influenzerà soprattutto il porto, terminal e retroportualità e per questo si chiedono garanzie; se si vorranno garantire beni e servizi alle industrie per le trasformazioni dei prodotti e sviluppo economico per un territorio occorrerà partire dal porto per avere una nuova visione di città.

 

Abele Carruezzo

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Scritto da su Nov 16 2019. Archiviato come Ambiente, Infrastrutture, Italia, Legislazione, News, Porti. Puoi seguire tutti i commenti di questo articolo via RSS 2.0. Commenti e ping sono attualmente chiusi

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