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La politica del non decidere vuole la morte del porto di Venezia

Venezia- E’ arrivato il momento in cui ciascuno si deve assumere le proprie responsabilità. La comunità portuale di Venezia non può più sopportare rinvii ed estenuanti attese dovute alla burocrazia e alle non scelte dei decisori pubblici. Vogliamo finalmente competere, se non con i porti del nord Europa che sono sideralmente più efficienti e infrastrutturati di noi, ma anche solo con quelli della vicina Slovenia e Croazia che con i loro investimenti e con la loro organizzazione ci stanno relegando a fanalino di coda dell’Adriatico.

Attendiamo da mesi se non anni oramai che venga rispettato quanto previsto dal Piano Regolatore del Porto e cioè il mantenimento delle quote dimensionali dei canali portuali già soggetti alle limitazioni derivanti dal Mose. Si tratta di una normale attività di manutenzione che è bloccata perché vi è uno stallo ingiustificato, imposto da chi deve predisporre le relative autorizzazioni: più emblematico e tipicamente italiano è che le scelte in stallo dipendono in definitiva da due soli ministeri (Infrastrutture e Ambiente) per mezzo delle varie emanazioni funzionali periferiche. Prendere le decisioni strategiche per il paese e i suoi territori, che dovrebbe essere il mandato principale dell’amministratore pubblico e su cui lo stesso si dovrebbe misurare, sembra essere una funzione dimenticata e possibilmente da delegare magari a supposte democrazie estese.

Con la recente riduzione dei pescaggi messa in atto dalla Capitaneria di porto rischiamo seriamente di perdere l’unico servizio diretto di navi containers che collega Venezia con il Far East soprattutto ricordando che i porti del Tirreno di servizi diretti ne hanno vari e per molteplici destinazioni. Perdere tale servizio significa perdere posti di lavoro e un danno economico per il territorio e l’indotto. Ma evidentemente tutto questo non ha rilevanza: meglio nascondersi dietro gli ostacoli burocratici piuttosto che fare il proprio dovere e cioè prendere decisioni e prenderle in maniera tempestiva. Il tempo, se non è già scaduto, sta per scadere e gli armatori, che devono programmare le loro attività con molto anticipo, non possono essere tenuti ancora sulla corda in attesa di risposte che promettiamo da tempo e che continuiamo a non dare: il tutto a discapito della credibilità del sistema portuale e amministrativo del nostro paese.

Nonostante il senso di frustrazione derivante e i seri danni economici e lavorativi già presenti (un generale calo di più del 6% di tutti i parametri economici e statistici) la comunità portuale è compatta e vuole continuare a lavorare nel porto di Venezia/Chioggia che, è bene ricordarlo, è il porto del Veneto, una delle poche regioni italiane che a livello di PIL può competere con le migliori regioni europee: invece di aiutare l’impegno e la tenacia dei suoi imprenditori e lavoratori, la politica del non decidere frappone degli ostacoli che creano delle situazioni inspiegabili ai più e che sembra vogliano progressivamente decretare la morte del nostro porto.

Qualora le risposte che attendiamo dagli incontri programmati in settimana in materia di escavi e aree di conferimento non dovessero essere risolutive, saremo costretti ad avviare tutte le iniziative necessarie per far valere le nostre ragioni, i nostri diritti e difendere i posti di lavoro.

FILT CGIL Venezia

FIT CISL Coordinamento porti Veneto

UIL Trasporti Veneto

VECON Spa

Associazione Imprese di Spedizione Venezia

Associazione Agenti Raccomandatari e Mediatori Marittimi del Veneto

Federagenti Roma

Associazione Agenti e Mediatori Marittimi della provincia di Venezia

Confetra Nord Est

FAI Trasporti

Associazione Doganalisti Veneto

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Scritto da Redazione su nov 25 2019. Archiviato come Ambiente, Diporto, Italia, News, Porti, Trasporti. Puoi seguire tutti i commenti di questo articolo via RSS 2.0. Commenti e ping sono attualmente chiusi

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