Brindisi e la riforma portuale: intervento del senatore Tomaselli (Pd)

Immancabili si annunciano copiose lacrime di coccodrillo in vista di una riforma dell’ordinamento portuale italiano che potrebbe portare ad un consistente accorpamento degli enti di gestione, nel quale verrebbe compresa l’Autorità Portuale di Brindisi.

Sono in discussione da mesi diverse proposte, a cominciare dal “Piano nazionale della portualità e della logistica”, proposto dal Ministro Lupi e basato sul superamento delle 24 attuali Autorità Portuali verso una loro aggregazione in un numero molto minore di enti dotati di poteri di coordinamento e di indirizzo, nonché di autonomia finanziaria.

Una proposta analoga é stata elaborata dal PD e sarà nelle prossime settimane integrata con i disegni di legge di riforma della legge 84/94 già all’esame della Commissione Trasporti del Senato.
I tratti principali della proposta del PD sono stati illustrati nei giorni scorsi a Roma, in un incontro molto partecipato, all’intero cluster del sistema portuale e della logistica italiano, dal quale sono venuti larghi apprezzamenti.

L’urgenza condivisa di una “riforma di sistema” parte dalla consapevolezza che la portualità italiana vive una progressiva marginalizzazione rispetto ai grandi traffici globali che si muovono nel mondo, tra i vari continenti. Si tratta di una perdita di competitività che va avanti da oltre dieci anni, che ha penalizzato i nostri porti a vantaggio di quelli del Nord Africa, così come di quelli storici, molto più attrezzati dei nostri, del Nord Europa.
Oggi l’Italia perde competitività per varie ragioni: la storica ricchezza e pluralità delle nostre infrastrutture portuali da elemento di forza è divenuta elemento di debolezza di fronte all’emergere impetuoso di scali iper-attrezzati; un sostanziale blocco di investimenti in nuove e più organizzate infrastrutture; politiche di attrazione di nuovi traffici scarsamente efficaci; e, non per ultimo, una normativa che negli anni ha dimostrato evidenti limiti (la legge n. 84 del 1994) specie nelle “governance” farraginose (e spesso litigiose) dei porti e nella assenza di autonomia finanziaria.

Non so se i nostri porti sono molti: quello che so è che sicuramente sono pochissimi quelli in grado di competere con i grandi hub del Nord Europa e del Mediterraneo.
È l’Italia intera, dunque, che ha bisogno di una riforma capace di promuovere un graduale coordinamento ed una aggregazione funzionale degli scali, superandone la frammentazione, al fine di competere meglio nell’ambito di una dimensione sempre più globale e sempre meno localistica e regionale.
E c’è bisogno, quindi, anche di una normativa – ed è quello di cui si sta discutendo – più snella, più moderna ed efficace, che metta i nostri porti nella condizione di affrontare questa sfida e di arrivare a costruire davvero un unico grande sistema portuale italiano.

In tale contesto una discussione in salsa brindisina avrebbe davvero un sapore triste e sarebbe culturalmente arretrato. Una riforma che ha una tale ambizione parte dal l’interesse dell’intero paese, non certo dai destini dei singoli enti portuali.
Del resto, sulla base di quali performance di risultati nella movimentazione di traffico merci e passeggeri o in ragione di quale specializzazione affermatasi nella competizione tra vari scali l’Autorità Portuale di Brindisi dovrebbe essere, eventualmente, “salvata” o “tutelata” nell’ambito di un processo “nazionale” di aggregazione degli enti?

Dall’atto di nascita dell’Autorità Portuale di Brindisi ad oggi, salvo rari momenti, è difficile non trarre un bilancio del tutto fallimentare di questa istituzione! O qualcuno è in grado di sostenere il contrario?
Solo alcuni fatti: tracollo dei traffici tradizionali verso Grecia, Albania e Turchia; mortificata la polifunzionalità a vantaggio del traffico combustibili; crisi irreversibile dell’intera filiera produttiva e dei servizi marittimi con conseguente perdita secca di occupazione; contenziosi cronici tra operatori ed ente; costi di servizi e rendite di posizione che penalizzano vettori e traffici; carenza di trasparenza nella redazione dei bilanci, nella gestione della struttura, nella gestione degli appalti; assenza di alcuna concreta e non velleitaria strategia operativa e realistica di marketing; non risulta avviata alcuna concreta procedura per la redazione del nuovo Piano regolatore del porto, il cui documento vigente risale al 1975; ricorso frequente all’affidamento a tecnici esterni alla struttura di progetti non coordinati tra loro e non inseriti in una armonica prospettiva di sviluppo dell’infrastruttura, molti dei quali non hanno mai ottenuto finanziamenti o raggiunto fasi di esecutività, con un conseguente spreco di risorse pubbliche.

E di tutto ciò, purtroppo, non vi è traccia di inversione di tendenza anche nell’attuale gestione, anzi, apprendiamo con sconcerto dalla denuncia degli operatori, si continuano a programmare opere inutili e costose con ulteriore sperpero di risorse pubbliche.
Questo è avvenuto (e, a quanto pare, continua ad avvenire), salvo rarissime eccezioni, in questi venti anni! Gestioni del tutto irresponsabili e che, probabilmente, meriterebbero ben altre censure che quelle politiche! O mi è capitato di vedere un altro film?

C’è un solo motivo per cui dovremmo tutti insieme (istituzioni, forze sociali, cittadinanza attiva) batterci per difendere “questa” Autorità? In realtà, personalmente, fino a prova di smentita, vedo molte ragioni per sostenere convintamente una riforma utile al sistema portuale italiano anche se dovesse far sparire l’ente brindisino, i suoi organi, le sue sovrastrutture.

E, se tale riforma porterà ad una “governance” dei porti pugliesi con un unico ente di governo ma con una strategia coerente di piena integrazione e valorizzazione dell’intero sistema regionale, io credo che potrebbe non essere una tragedia non avere più una Autorità Portuale per come l’abbiamo conosciuta in questi anni, purché Brindisi torni ad avere un PORTO: polifunzionale, di nuovo “vivo” e capace di attrarre nuovi traffici e di concorrere al futuro produttivo ed occupazionale della città. Mi auguro se ne possa discutere con serietà e serenità, già dai prossimi giorni, senza provincialismi inattuali e soprattutto inutili.