Nel 2016 prevista forte flessione nel traffico di rinfuse

GENOVA – Si annuncia un 2016 più che difficile per lo shipping, soprattutto nel settore delle navi portarinfuse che trasportano dall’acciaio al carbone, al grano, e non si vedono spiragli per una ripresa. “Ci troviamo davanti ad un mercato dei noli, principalmente dei carichi secchi, decisamente in crisi”, sintetizza Massimo Granieri, responsabile dry cargo di Banchero&Costa.

“Nel 2008 la crisi dei subprime arriva in Europa e colpisce lo shipping nel momento di massima espansione della flotta. Gli armatori si sono trovati con una crescita dei volumi delle merci che non poteva soddisfare l’esagerata capacità di stiva, e siamo ancora in questa situazione, aggravata dal fatto che la Cina, prima un locomotore per il carico, ora sta rallentando”, spiega.

Troppe navi, insomma, e poca merce, con i noli che oggi non arrivano a coprire “nemmeno la metà dei costi vivi di gestione della nave, per cui l’armatore che noleggia va in perdita”, sottolinea preoccupato Alcide Ezio Rosina, presidente di Premuda e vicepresidente di Confitarma.

Il 2016 sarà un anno difficile per lo shipping: la serata organizzata ieri sera dal Propeller club di Genova era iniziata con un punto interrogativo alla fine della frase, cancellato fin dai primi interventi. Come se ne esce? “Demolendo le navi o con il disarmo, per mesi se non anni”, dice Granieri. A spiegare che cosa è successo è Rosina: “Le cose sono andate in crisi nel 2009, con un calo della redditività delle navi e del loro valore. Ma bastava un minimo miglioramento e la risposta era un boom di costruzioni di navi – dice – Un’enorme massa di capitali finanziari si è riversata sullo shipping, in più i cantieri abbassavano i prezzi e le banche erano disponibilissime a finanziare: risultato nuove navi. Anche se il mercato era sceso, fino al 2014 il nolo che l’armatore riceveva era sufficiente per coprire i costi di gestione della nave e parte degli interessi”.

Fabrizio Vettosi, managing director di Venice shipping and logistics spa, investment & advisory, attacca: “E’ cambiato il modello di business e lo shipping deve adottare nuovi schemi di ragionamento: al centro per l’armatore c’è sempre stata la nave, invece deve capire gli aspetti macroeconomici e geopolitici”.