lunedì, Settembre 20, 2021
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Marinaio di “quartiere” e moto d’acqua per le coste americane

Sia il crollo delle “Torri gemelle” sia gli attacchi dei pirati terroristi alla nave militare USS Cole, ancorata nel porto yemenita di Aden, da parte di Al Qaeda, hanno indotto il Dipartimento della Difesa americana a non abbassare più la “guardia”.

Infatti, la maggior parte della gente che va per mare per “diporto” pensa a dei momenti tranquilli di relax e/o di pesca sportiva; mentre strategicamente, per i terroristi lo yacht è facile preda per devastare qualche settore marittimo importante degli Stati Uniti.

La US Coast Guard (USCG) ha predisposto, dall’inizio di quest’anno, un piano di sicurezza marittima, non statico sulla carta, ma dinamico “in progress” per far fronte e limitare questo fenomeno. Se pensiamo che gli Stati Uniti hanno più di 95.000 chilometri di coste marittime, 361 porti, tra cui otto tra i più grandi del mondo e 50 importanti per volume di traffico, e oltre 10.000 chilometri di vie navigabili usate da circa 17 milioni di piccole imbarcazioni;  il problema della “difesa” diventa un problema non più occasionale durante la bella ed assolata stagione.

Ed ancora le attività marittime costiere, raffinerie, infrastrutture logistiche per le merci e per passeggeri, sono “punti-obiettivi” deboli per eventuali attacchi terroristici. All’interno del Dipartimento di Homeland Security (DHS), l’USCG è la principale agenzia per la prevenzione del terrorismo marittimo. L’USCG è impegnata con i suoi migliori uomini e non vuole vedere più scenari terroristici per esempio su una nave da crociera nel porto di Baltimora o contro una nave cisterna nel  porto di Long Beach.

Per questo da quest’anno sta adottando la “Neighborhood Watch” (una specie di vigilanza di quartiere) tramite modelli di polizia di “prossimità” (sempre marittima). L’idea è quella di educare e di “integrare” queste 17 milioni di operatori della nautica da diporto, cosiddetta piccola, così come personale marittimo statale e locale (municipale), in modo che si possa controllare il territorio marittimo, con tutti i mezzi si security che le tecnologie moderne offrono, comprese le pericolose moto d’acqua.

Anche l’Italia, quest’anno ha fatto la stessa esperienza, portando alla ribalta molti problemi; tra i più importanti  la formazione marittima e marinara: quando si organizzano squadre di vigili del mare, presi tra i volontari della Protezione Civile “chi e cosa” ha gestito la formazione e l’addestramento a fronteggiare i “sinistri” marittimi molto più complessi di quelli terrestri; in mare non abbiamo incroci  di rotte da separare e non vi sono piazzolle di sosta; e poi durante le stagioni non balneari, finita la performance solita della protezione civile, i chilometri di costa ritornano sotto la vigilanza della Guardia Costiera.

Negli Stati Uniti la parola d’ordine è “integrazione” e in Italia?

Abele Carruezzo

Foto: Simone Rella

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