lunedì, Settembre 20, 2021
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Relitti dell’Isola di Meleda: i primi risultati

Giungono al termine i primi risultati degli studi condotti sui relitti da parte dell’Università Ca’ Foscari, del dipartimento di Archeologia subacquea, nonché dell’’Istituto per il restauro di Zagabria, dipendenti dal Ministero della Cultura croato. Le ricerche vertono sull’analisi del ritrovamento di due relitti al largo dell’isola di Meleda poco distante le coste croate.

Il mare non finisce mai di raccontare la sua storia e quella di coloro che lo hanno solcato per centinaia di anni. I relitti ancora oggi continuano a descrivere ricchi episodi e sensazioni che ci portano a rivivere per un momento il viaggio su un ponte di una nave da trasporto del periodo.  La scoperta di un relitto da parte di un sub ci consegna sempre una testimonianza preziosa del passato e delle vecchie vie del mare.

La via portante a Venezia è stata sempre molto trafficata centro logistico delle navi che trasportavano varie merci provenienti dal mediterraneo. I mercanti del luogo percorrevano svariate volte questa autostrada marittima.
I due relitti esaminati vicino all’isola di Meleda hanno però una collocazione temporale diversa tra loro . Uno , appartenente al XI sec, è situato presso Capo Stoba in un fondale di 27 metri nella baia protetta di Okuklje. Possiamo considerarlo come uno dei pochissimi relitti di questo periodo nel mediterraneo.

Nella discesa verso il fondale la nave ha disperso il suo carico composto da vetri palestinesi e anfore probabilmente  vinarie. Quest’ ultime risultano ancora chiuse e verranno aperte nella speranza di poter ricavare importanti informazioni. Il secondo relitto esaminato è invece risalente al XVI sec.Trovato da un sub nel 2009, si è scoperto appartenesse ad un mercante veneziano giunto a tre quarti del suo viaggio che purtroppo incappò nel maledetto scoglio di San Paolo davanti all’isola di Meleda (Mljet in croato). Questo scoglio, noto da sempre alle cronache per la sua pericolosità, porta il nome di San Paolo perchè la leggenda vuole che, non assistito dalla provvidenza, vi naufragò lì.

“Il relitto del sedicesimo secolo – ha spiegato Carlo Beltrame, docente di archeologia marittima, che ha coordinato la missione con Sauro Gelichi – dopo l’impatto con lo scoglio è scivolato su un fondale molto profondo, tra i 35 e i 47 metri, e questo ha richiesto un’organizzazione particolare negli scavi, con l’utilizzo tra l’altro di speciali miscele d’ossigeno.

Abbiamo quindi analizzato i resti dello scafo ligneo, trovando, oltre alla rarità della campana di bordo, che ci ha permesso di datare la costruzione al 1567, anche ancore, artiglieria in bronzo e oggetti di vita di bordo. Ciò ha confermato che si trattava di un’imbarcazione veneziana per la presenza di ceramiche, artiglierie  e ossa di maiale, che ne escludono l’origine araba”.

E’ stato possibile accertare la provenienza lagunare del vascello in particolare da un cannone decorato con il leone e firmato dal fonditore Tommaso di Conti che operava a Venezia fino al 1540, ma anche da un carico di pregiata ceramica di Iznik, nell’attuale Turchia. In tutto sono 52 i pezzi di porcellana recuperati, per lo più integri, che si trovano ora a Zagabria. Dal contesto provengono anche monete, vasellame in rame, bottiglie in vetro e molto altro. Le monete, come suddetto, sono di provenienza turca appartenenti al sultano Selim Shah.
Caratteristica inoltre particolare dello scafo è la presenza di un doppio strato di fasciame che doveva assicurare un’estrema robustezza alla struttura che non è stata però sufficiente ad evitare l’affondamento in seguito all’impatto sullo scoglio semi-sommerso. Finora la tipologia del doppio scafo era stata ritrovata su navi della Compagnia delle Indie adatte a navigare nei mari tropicali.

Il tempo di permanenza di fondo permesso dalle tabelle ai subacquei, che si immergono alla profondità di 40 metri, con miscele di gas, non può essere superiore ai venti minuti. Per  questo durante le indagini si è ricorso anche all’uso di un mini ROV (robot subacqueo filoguidato) che ha permesso di riconoscere, a circa 50 metri di profondità, due ancore collocate sul ponte mentre una terza è stata identificata a 34 m.

Da questo ritrovamento emerge anche un estremo tentativo di salvare la nave veneziana: l’equipaggio una volta resosi conto di andare incontro allo scoglio ha lanciato in mare un ancora per frenare la corsa.
I risultati delle ricerche sono stati presentati al convegno su I relitti di Venezia. Dal medioevo all’età moderna attraverso le ricerche archeologiche italo-croate in Dalmazia, che si è tenuto il 16 aprile presso la sede di Palazzo Malcanton Marcorà dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Nel 2014 è prevista infine l’uscita di un volume che descrive il ritrovamento del relitto e del suo contenuto grazie al finanziamento della Regione Veneto.

 

Giampiero Campagnoli

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