(Elisabeth Braw dell’Usa Atlantic Council; foto courtesy A.C.T.S.)
Secondo l’Usa Atlantic Council le Forze di Polizia italiane hanno le competenze più indicate al mondo per smascherare gli armatori ombra
Washington. Il suggerimento è contenuto in un lungo report appena pubblicato dal think thank statunitense Atlantic Council sul tema della “dark fleet” e del suo ruolo nell’aggiramento delle sanzioni occidentali verso la Russia, secondo cui “nominare e svergognare” gli armatori è uno dei pochi strumenti disponibili per affrontare ulteriormente una flotta in espansione che alcuni temono possa minare la sicurezza del trasporto marittimo internazionale.
La flotta ombra, spesso indicata anche come flotta oscura, non è una flotta ufficiale. Invece, è un gruppo di navi che mostrano la maggior parte caratteristiche come: avere una proprietà e una gestione opache. Molte aziende coinvolte sono registrate presso caselle postali in paesi come l’India, le Seychelles e gli Emirati Arabi Uniti, o in località estremamente oscure in questi paesi. La maggior parte delle aziende è collegata solo a una, due o tre navi. In molti casi, ciò può essere dovuto al fatto che si tratta di società di comodo, non di aziende vere e proprie. L’uso di società di comodo significa che il beneficiario effettivo finale (e il vettore della responsabilità) è quasi impossibile da identificare, figuriamoci da localizzare.
“I governi occidentali potrebbero rivolgersi in particolare all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza italiane, che hanno un’esperienza unica nelle indagini sulla criminalità organizzata e nell’identificazione degli individui coinvolti”, si legge nel report.
Il rapporto evidenzia la crescita della dark fleet, alimentata dai porti che hanno continuato a consentire lo scalo di navi ombra, dalle bandiere di “estrema convenienza” e dagli armatori disposti a vendere vecchie navi destinate a finire nei traffici russi.
L’autrice del rapporto, Elisabeth Braw, ha dichiarato che: “È ovvio per i governi occidentali che le sanzioni da sole non ridurranno, e tanto meno paralizzeranno, la flotta ombra. Ciò che è molto meno chiaro è quali altre misure possano adottare che siano legali e abbiano un impatto decisivo”.
Un’opzione individuata dall’autrice è utilizzare forze investigative per smascherare i livelli di proprietà delle navi. Una volta identificati, potrebbero adottare misure come il rifiuto dei visti per i proprietari e le loro famiglie.
“Poiché gli armatori si preoccupano di nascondersi dietro le società di bandiera, ciò richiederebbe uno sforzo investigativo, ma le competenze in materia esistono” evidenzia il report, con riferimento alle Forze dell’Ordine italiane: “Questo servirebbe da deterrente per questi individui, dato che il loro coinvolgimento nel sistema ombra si basa sul presupposto di non essere identificati e tanto meno sanzionati”.
Il rapporto – entrando nel merito – identifica le complessità affrontate dagli Stati costieri, preoccupati per la minaccia di fuoriuscite di petrolio dannose, ma limitati nella loro capacità di agire contro navi vecchie e potenzialmente sottoassicurate a causa dei più ampi diritti alla libertà di navigazione. Il problema è molto sentito nell’Europa settentrionale, dove le navi ombra caricano nei porti del Baltico prima di passare attraverso gli stretti di Danimarca e Dover per consegnare carichi di petrolio ai principali acquirenti in India, Turchia e Cina.
Il rapporto afferma che più di una nave ombra su cinque ha rifiutato l’uso di piloti durante il passaggio attraverso lo Stretto di Danimarca. Ma un avvertimento da parte della Danimarca, a giugno scorso, ha provocato un’immediata risposta da parte della Russia, che ha messo in guardia contro le violazioni del diritto di libero passaggio.
L’Unione Europea sta valutando nuovi pacchetti di sanzioni che consentirebbero agli Stati membri del Mar Baltico di ispezionare il carico e i documenti delle navi nelle loro acque, petroliere comprese.
Il rapporto auspica anche che un’agenzia dell’Ue istituisca un sistema di tracciamento dedicato. Il Regno Unito s’è mosso prevedendo la richiesta dei dati assicurativi alle navi che transitano sulla costa meridionale inglese.
Il rapporto chiede anche un impegno più stretto agli Stati costieri per contrastare i registri ombra. Nell’ultimo anno l’amministrazione costiera norvegese, ad esempio, ha registrato un aumento di navi battenti bandiera del Gabon, di Antigua e Barbuda e del Vietnam nelle sue acque. Questi Registri navali rappresentano bandiere di estrema convenienza alle navi ombra, nonostante non siano in grado di adempiere ai doveri di uno Stato di bandiera.
La flotta ombra se continuerà a operare e a crescere, più si affermerà un settore di navigazione alternativo che non minaccia solo le singole navi e gli Stati costieri, ma il funzionamento dell’ordine marittimo globale.
Elisabeth Braw è senior fellow presso l’Atlantic Council’s Transatlantic Security Initiative presso lo Scowcroft Center for Strategy and Security. Il suo lavoro si concentra sulla difesa contro le minacce delle zone grigie e ibride, nonché sull’intersezione tra geopolitica ed economia globalizzata. Dirige il progetto “Minacce all’ordine marittimo globale” della Transatlantic Security Initiative. Braw è anche editorialista di Foreign Policy e Politico Europe.
Abele Carruezzo








