(Ammassi di navi all’ancora nello Stretto di Hormuz; foto courtesy MarineTraffic)
Sono mille le navi all’ancora e nello Stretto di Hormuz si azzerano i transiti
Dubai. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran ha dichiarato di avere il “completo controllo” della via d’acqua strategica, con nuovi attacchi contro navi commerciali vicino allo Stretto di Hormuz durante la notte che hanno intensificato i timori che l’escalation della guerra tra Stati Uniti e Israele con l’Iran possa ulteriormente disturbare uno dei corridoi energetici più critici al mondo; questo è quanto ha riportato la TV Al-Jazeera.
I media statali iraniani hanno riportato che la Repubblica Islamica ora controlla lo Stretto di Hormuz, zona di mare per rotte tra Iran e Oman attraverso la quale normalmente passa circa un quinto dell’approvvigionamento globale di petrolio.
La situazione della sicurezza ha già iniziato a rallentare i movimenti delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, un punto di strozzatura che collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e che normalmente gestisce circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi.
L’insieme della produzione di energia – per i settori dell’agricoltura e dell’industria – che passa per lo Stretto di Hormuz interessa molti Stati.
Il Qatar esporta circa 5,5-6 milioni di tonnellate metriche di urea e ammoniaca all’anno dal suo complesso QAFCO (Qatar Fertiliser Company). L’Iran esporta circa 5 milioni di tonnellate metriche di urea all’anno, rappresentando circa il 10% del commercio globale. L’Arabia Saudita contribuisce con circa 4-5 milioni di tonnellate metriche all’anno tramite SABIC (Saudi Basic Industries Corporation, azienda leader di prodotti petrolchimici) e produttori correlati. Oman ed Emirati Arabi Uniti aggiungono insieme diversi milioni di tonnellate metriche.
Se per gli Stati Uniti esiste una ‘riserva strategica di petrolio’ con centinaia di milioni di barili di greggio, non esiste – invece – una scorta equivalente di fertilizzante azotato pronta a compensare una prolungata interruzione per i paesi del Golfo.
L’India dipende fortemente dal GNL importato – gran parte dal Qatar – per alimentare la produzione interna di urea. Se i flussi di gas vengono interrotti, la produzione di fertilizzanti indiani si ridurrebbe proprio mentre si avvicinano i cicli di semina.
Il Brasile, uno dei maggiori esportatori agricoli al mondo, importa volumi considerevoli di urea mediorientale. La produzione di soia e mais in regioni come il Mato Grosso si basa su consegne costanti di fertilizzanti. Qualsiasi interruzione prolungata restringerebbe rapidamente i bilanci globali dei cereali.
Una parte significativa dell’urea importata negli Stati Uniti transita per Hormuz e i produttori nazionali non possono aggiungere rapidamente milioni di tonnellate metriche di nuova fornitura per sostituire le importazioni interrotte.
Non si tratta di un problema di approvvigionamento regionale, ma di una vulnerabilità strutturale radicata nel sistema agricolo globale, affermano gli analisti.
Intanto, il fondatore di Octopus, Greg Jackson, ha avvertito che il Regno Unito sta affrontando uno shock sui prezzi dell’energia a causa del conflitto in Medio Oriente e ha chiesto al governo di utilizzare le risorse del Mare del Nord e di eliminare “costose distrazioni” come la cattura del carbonio dalle bollette energetiche. Ha aggiunto: “Dovremmo usare ciò che è disponibile dal Mare del Nord. Anche se il prezzo è fissato a livello globale, non ha senso spedire benzina dall’altra parte del mondo quando l’abbiamo qui”.
La Cina – in queste ore – sta trattando con Iran per passaggio petrolio e gas visto che da Hormuz passa circa il 45% del suo petrolio.
Il governo cinese starebbe parlando con quello iraniano per consentire il passaggio sicuro delle navi che trasportano greggio e gas naturale liquefatto dal Qatar attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’obiettivo principale di Usa, Europa e della Cina resta dunque quello di riaprire la navigazione quanto prima. Un blocco prolungato potrebbe infatti avere effetti disastrosi per l’economia globale dato che circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale transitano attraverso questo Stretto.
Mentre si auspica per ora l’impossibile fine del conflitto, la guerra in Medio Oriente potrebbe “far crollare le economie del mondo” ha dichiarato il Ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi.
Il Ministro ha detto al Financial Times che anche se la guerra finisse immediatamente, il Qatar impiegherebbe “settimane o mesi” per tornare a un ciclo normale di consegne a seguito dell’attacco di un drone iraniano al suo più grande impianto di gas naturale liquefatto.
I media iraniani, ultimamente, informano che l’Iran ha messo fuori uso i sistemi radar del Qatar e di altri paesi del Golfo.
Intanto, sono circa 1.000 navi bloccate trai il Golfo Persico e quello di Oman e secondo la Lloyd’s Market Association di Londra il valore delle imbarcazioni ferme supera i 25 miliardi di dollari e circa la metà trasporta petrolio e gas; mentre per l’IMO, l’agenzia dell’ONU responsabile della sicurezza in mare, evidenzia che sono circa 20.000 i marittimi imbarcati su navi bloccate nel Golfo.
L’Unione europea parla di situazione “estremamente preoccupante” per la sicurezza marittima e tiene in allerta le missioni navali, tra cui Aspides e Atalanta, mentre l’Iran rivendica il “controllo totale” dello stretto e afferma di aver colpito una petroliera statunitense nel Golfo.
Abele Carruezzo








