“Global Sumud Flotilla” della Freedom Flotilla Coalition (d’ora in poi FFC) – movimento sorto nel 2006 durante la guerra tra Israele e Libano – è un’iniziativa civile volta a consegnare alla popolazione palestinese tonnellate di aiuti alimentari nel tentativo di rompere il blocco navale israeliano che vieta dal 2008 l’ingresso delle navi nei porti della Striscia di Gaza e, dal 3 gennaio 2009, anche nelle acque territoriali fino a 20 miglia dalla costa.
L’iniziativa è volta a colmare l’inerzia e la paralisi della diplomazia internazionale (quella dell’Unione Europea in testa) di fronte al distress – cui è sottoposta la popolazione palestinese – nonostante la Corte Internazionale di Giustizia, con proprio parere del 19 luglio 2024, abbia dichiarato illegale la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati, compresa Gaza.
Nel silenzio dei governi, dal 2010, le operazioni di FFC sono state periodicamente intercettate o attaccate da Israele in quanto sospettate di trasportare materiale per supporto o assistenza militare ai terroristi di Hamas.
Emblematico è il caso della nave “Mavi Marmara”, battente bandiera delle Comore ma armata dall’ONG turca Humanitarian Relief Foundation, del 31 maggio 2010, che, nel tentativo di attraccare al porto di Ashdod, venne intercettata ed attaccata dagli incursori della marina israeliana Shayetet 13, a 72 miglia nautiche al largo della costa di Israele, e a 64 miglia nautiche di distanza dal punto più vicino alla “zona del blocco navale di Gaza”. Nel conflitto persero la vita nove attivisti, di cui otto erano turchi.
L’enforcement del governo israeliano portò il Segretario Generale delle Nazioni Unite a formare un’apposita Commissione d’Inchiesta, nella cui relazione (nota come “Rapporto Palmer”) si riconobbe la legalità del blocco, definendo, però, “eccessiva e irragionevole” la reazione dei militari israeliani.
Il 27 settembre 2010 il Comitato d’indagine del Consiglio per i diritti umani dell’ONU (UNHCR) si pronunciò invece per l’illegalità a causa di un uso sproporzionato della forza, ravvisando prove sufficienti per indagini su crimini di guerra.
Di contro, la Commissione istituita dal governo israeliano guidata dal giudice della Corte Suprema Jakob Turkel, scagionò Israele, giudicando la reazione “necessaria e proporzionata”.
In quell’occasione il premier israeliano Benjamin Netanyahu dichiarò alla Comunità Internazionale che il blocco era volto a contrastare la formazione di un hub portuale quale base missilistica iraniana nella Striscia di Gaza, a pochi chilometri da Tel Aviv, considerato una minaccia non per la sicurezza nazionale israeliana ma anche per quella degli Stati europei.
L’evento compromise le relazioni tra Israele e la Turchia e, mentre un accordo di risarcimento è ancora in fase di negoziazione tra i due Paesi, i militari israeliani che presero parte all’attacco, sono stati processati in contumacia in Turchia per crimini di guerra.
Per quanto riguarda FFC è opportuno richiamare due precedenti in cui le unità navali furono oggetto di blitz della marina israeliana.
Il 19 luglio 2011 fu il turno della nave francese “Dignité-Al Karama”, intercettata a circa 40 miglia nautiche dalla costa di Gaza e condotta nel porto di Ashdod. Gli attivisti furono arrestati e in seguito espulsi.
Stessa sorte ebbe il 29 giugno 2015 la nave svedese “Marianne”, intercettata a circa 100 miglia nautiche dalla costa di Gaza, in acque internazionali.
Tornando alle vicende di stretta attualità quelle salpate da Barcellona, Genova, Tunisi e diversi porti greci, in navigazione verso la Striscia di Gaza, sono piccole unità lunghe dai 12 ai 16 metri affiancate da navi più grandi, che ospitano un equipaggio più numeroso e con competenze specifiche, che fanno da supporto medico e logistico agli attivisti in navigazione.
Le predette unità sono state donate o acquistate grazie a un crowdfunding mondiale, quindi riparate e attrezzate per il viaggio con videocamere e connessione Starlink, la nota rete di telecomunicazione satellitare di SpaceX di Elon Musk.
Ad avviso di scrive, al di là della facile demagogia e dei tentativi, tutt’altro che velati, di disinformazione dei media, è certamente possibile condurre una disamina serena e imparziale dell’operato della Global Sumud Flotilla sul presupposto della piena legittimità dell’azione, sul piano non solo giuridico ma anche umanitario e, soprattutto, politico, alla luce di un comportamento ostruzionistico ed ingiustificato di Israele.
Innanzitutto è bene precisare che le unità in questione sono regolarmente registrate e, fin quando operano in acque internazionali esercitano legittimamente il principio della libertà di navigazione in alto mare, sotto la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) firmata a Montego Bay nel 1982 anche se – aspetto da non trascurare – essa non è mai stata ratificata da Israele.
Piuttosto, analizzandone le modalità, si configurerebbe uso sproporzionato della forza in violazione della Convenzione per la repressione di atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima (SUA) firmata a Roma nel 1988 con giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera su eventuali reati commessi a bordo della nave.
In ordine al preteso blocco navale israeliano, se la vicenda viene esaminata sotto la lente del diritto bellico, esso si traduce in una misura di guerra, che andrebbe rivolta nei confronti di uno Stato terzo (in questo caso l’Iran che, secondo Israele sostiene politicamente, economicamente e militarmente Hamas) non certamente contro un soggetto privato, come FFC, che esercita la navigazione a scopi umanitari.
Qualora, come invocato da Israele, sia da ritenersi una misura di sicurezza, può sconfinare nell’alveo dell’illegalità sul piano internazionale se si traduce in una violazione della Convenzione per la protezione delle persone civili in tempo di guerra firmata a Ginevra il 1949 come nel caso di specie.
Pertanto, alla luce di tali considerazioni, un convoglio di navi civili, disarmate e con carichi umanitari, non può certamente giustificare una misura che richiama pretestuosamente il diritto marittimo statunitensi (!?!): l’art. 7.7.4 del Commander’s Handbook on the Law of Naval Operations della US Navy – che legittima l’attacco portato ad un vascello in alto mare quando intenda violare un blocco – che hanno giustificato medesime azioni in Vietnam e nella Guerra del Golfo.
L’intercettazione e/o il sequestro delle navi della FFC, unitamente all’arresto degli attivisti, non possono essere qualificate come legittima difesa da una minaccia militare imminente.
Altro profilo di illegittimità riveste il divieto imposto ai pescherecci dei gazawi di calare le reti in mare che si traduce in una restrizione al pari della circolazione di beni essenziali, come cibo e farmaci, con conseguenze profonde sulla popolazione civile.
In conclusione Global Sumud Flotilla non può solo ridursi ad un atto di solidarietà civile ma è la testimonianza del fallimento della comunità internazionale nel risolvere il nodo giuridico e politico di Gaza: un blocco imposto da una potenza occupante che non solo non ha alcuna giustificazione giuridica ma si traduce in un atto unilaterale a scopo politico – militare: la punizione collettiva e riduzione alla fame forzata della popolazione civile palestinese e non un deterrente per Hamas.
Di fronte all’ennesima dimostrazione della fragilità del diritto internazionale nei confronti della realpolitik possiamo solo auspicare una soluzione politica e diplomatica che affronti la radice del problema: il riconoscimento formale della Palestina come Stato sovrano, uno status legale per Gaza e la fine del blocco che la soffoca.
Avv. Alfonso Mignone
Presidente del Tribunale arbitrale della nautica, sezione della Camera Arbitrale Internazionale
Esperto di diritto marittimo








