Le regioni polari non sono più territori periferici rispetto agli equilibri internazionali. La progressiva accessibilità di nuove rotte marittime, la disponibilità di materie prime strategiche e il rafforzamento della presenza militare delle principali potenze stanno trasformando Artico e Antartide in quadranti centrali della competizione globale. Una dinamica che coinvolge direttamente la sicurezza euroatlantica, gli approvvigionamenti energetici e la capacità dei singoli Stati di presidiare infrastrutture e domini strategici.
È questo il quadro emerso dalla Seconda Conferenza Nazionale della Difesa «Artico e Antartide – Il Sistema Paese nello scenario internazionale e le nuove sfide della competizione globale», svoltasi il 29 ottobre 2026, dalle 9.15 alle 17, al Centro Alti Studi Difesa – Scuola Superiore Universitaria (CASD) di Roma, su iniziativa del sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti.
L’incontro ha riunito rappresentanti delle Istituzioni, delle Forze Armate, della diplomazia, della comunità scientifica e del mondo industriale, sviluppando un confronto che ha sondato le implicazioni strategiche e operative della presenza italiana nelle regioni polari, il ruolo della ricerca e le prospettive della cooperazione internazionale. Sullo sfondo, una competizione che non riguarda soltanto lo sfruttamento delle risorse e il controllo delle nuove rotte commerciali, ma investe direttamente la sicurezza militare, la protezione delle infrastrutture e gli equilibri della deterrenza internazionale.
Nel messaggio inviato alla Conferenza, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha richiamato la crescente rilevanza geopolitica dei due quadranti polari e le ricadute sulla sicurezza e sulla prosperità delle nazioni.
«L’Artico e l’Antartide sono due aree di crescente rilevanza per gli equilibri internazionali. Guardarle oggi significa comprendere i cambiamenti della competizione globale e le loro ricadute sulla sicurezza, sulla prosperità e sugli interessi delle nostre nazioni. Il cambiamento climatico sta aprendo nuove rotte marittime e rendendo accessibili risorse che assumono un valore crescente per le economie, mentre la competizione per il controllo degli spazi, delle infrastrutture e delle materie prime critiche accresce il peso geopolitico e geostrategico di questi quadranti.
Per l’Italia, nazione mediterranea e ponte tra Europa, Africa e Golfo, le nuove rotte artiche possono amplificare la centralità del Mediterraneo, rafforzandone la vocazione di collegamento tra Atlantico e Indo-Pacifico. Sicurezza delle rotte, diversificazione degli approvvigionamenti e presidio dei domini strategici sono elementi essenziali della nostra autonomia e competitività. La sfida è preservare questi territori come spazi di stabilità e cooperazione. L’esperienza antartica dimostra il valore delle regole condivise e del multilateralismo. Per questo serve una visione di lungo periodo, capace di anticipare e governare i cambiamenti.
Difesa, diplomazia, ricerca scientifica, università e sistema produttivo devono concorrere a una strategia comune, nella quale la conoscenza diventi capacità di previsione, l’innovazione rafforzi la sicurezza e le competenze industriali generino sviluppo. È così che l’Italia può svolgere un ruolo da protagonista negli equilibri internazionali di domani».
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato la necessità di modificare la prospettiva con cui vengono interpretati gli scenari polari, riconoscendone la diretta connessione con gli interessi nazionali e con le trasformazioni della sicurezza internazionale.
«L’Artico è uno dei luoghi in cui si stanno delineando i futuri equilibri geopolitici, economici e militari. Una realtà che ci impone di cambiare prospettiva, per comprendere come le minacce alla nostra sicurezza siano molteplici, in continua evoluzione e sempre più interconnesse. Le nuove rotte commerciali e la competizione per le risorse sono sfide concrete, destinate a incidere anche sul ruolo del Mediterraneo e sulla nostra economia.
L’Italia ha una lunga storia di esplorazione e una presenza che unisce missioni militari, ricerca scientifica e cooperazione internazionale. Dobbiamo rafforzare questo impegno. Perché nessuna Nazione può affrontare da sola le sfide che abbiamo davanti. La politica, quella con la P maiuscola, ha il dovere di immaginare il futuro, anticipare i cambiamenti e costruire le condizioni per esserne protagonista. Non esistono scenari lontani quando sono in gioco la nostra sicurezza, la nostra economia e il futuro delle prossime generazioni. Se non ci occupiamo oggi dei problemi di domani, saranno quei problemi a raggiungerci».
A entrare nel merito delle implicazioni militari è stato il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, che ha indicato nella sicurezza artica una priorità ormai consolidata per la NATO e per l’Unione Europea. L’Alleanza Atlantica ha rafforzato il coordinamento delle attività nella regione, mentre Bruxelles è chiamata a contribuire alla protezione e alla flessibilità delle infrastrutture strategiche. «L’Alleanza difende, l’Unione Europea contribuisce a rendere più resilienti i sistemi esposti»: è nella complementarità tra le due organizzazioni che, secondo Portolano, l’Italia può sviluppare un ruolo distintivo.
Le condizioni ambientali estreme rappresentano, al tempo stesso, un banco di prova per le capacità militari. Batterie, materiali e comunicazioni satellitari sono sottoposti a sollecitazioni che possono compromettere l’efficienza dei sistemi. Da qui l’individuazione di tre direttrici prioritarie: il fattore umano, la capacità di osservazione protezione e la logistica. Occorrono personale preparato, sensori integrati dallo spazio ai fondali marini e comunicazioni sicure con gli alleati, oltre a una catena logistica in grado di garantire proiezione e sostegno operativo. Le competenze delle Forze Armate italiane e le tecnologie di COSMO-SkyMed costituiscono già una base importante, da integrare nelle future capacità polari.
La dimensione economica della competizione è stata approfondita da Mads Qvist Frederiksen, direttore esecutivo dell’Arctic Economic Council (AEC), che ha richiamato l’attenzione sulla concentrazione di risorse energetiche, ittiche e minerarie nella regione. L’interesse non riguarda più soltanto gli Stati direttamente affacciati sull’Artico: Paesi europei, asiatici e mediorientali stanno aggiornando le proprie strategie per garantirsi una presenza e un accesso alle risorse. Pesca, energia e materie prime critiche rappresentano settori fondamentali per la transizione ecologica e digitale, ma anche per l’industria della difesa.
Una quota significativa del gas naturale liquefatto europeo proviene dalla Norvegia, mentre crescono gli investimenti energetici e minerari.
Frederiksen ha tuttavia invitato a non ridurre il futuro artico alla sola apertura di nuovi corridoi commerciali. Non esistono, ha precisato, evidenze sufficienti per considerare il cambiamento climatico come il presupposto automatico di una nuova autostrada marittima. E soprattutto, «la forma più economica di sicurezza resta investire nelle persone»: la tutela delle comunità locali, delle opportunità occupazionali e della sicurezza alimentare ed energetica deve accompagnare qualsiasi strategia di sviluppo.
Sul versante delle tecnologie spaziali, Ezio Bussoletti, presidente di e-GEOS, ha rivendicato il patrimonio di competenze costruito dall’Italia in oltre quarant’anni di attività. Lo spazio, ormai riconosciuto dalla NATO come quinto dominio operativo, è diventato una componente imprescindibile delle capacità di osservazione e controllo. «Senza satelliti» anche le attività della Marina e il monitoraggio del territorio risulterebbero fortemente limitati. Bussoletti ha paragonato il settore al «primo violino di un’orchestra», sottolineando la necessità di integrare le competenze spaziali con quelle idrografiche, militari e scientifiche.
Tra le eccellenze nazionali figura COSMO-SkyMed, sempre più richiesto anche all’estero. Per consolidare questo vantaggio, ha aggiunto, occorre investire nella formazione: in questa direzione si colloca il master in Space Economy avviato con LUISS Business School e Forze Armate.
L’inviato speciale italiano per l’Artico, Agostino Pinna, ha sottolineato il rafforzamento della presenza italiana nella regione, testimoniato anche dalla numerosa partecipazione all’ultima, Arctic Circle Assembly (Reykjavik, 8-10 ottobre), dove tra gli altri enti ed attori italiani, per la prima volta il Ministero della Difesa ha preso parte con una propria sessione. Tra le iniziative recenti, il centenario del volo sul Polo Nord, celebrato insieme alla Norvegia, ha ribadito il valore della collaborazione internazionale. «La cooperazione scientifica costituisce un potente strumento di presenza internazionale, capace di creare relazioni durature».
Il prossimo appuntamento sarà il trentennale della base italiana alle Svalbard, a Ny-Ålesund, da valorizzare anche attraverso un evento internazionale con la nave oceanografica Laura Bassi. Ambasciatore Pinna ha quindi richiamato l’evoluzione dello scenario geopolitico e geoeconomico, senza trascurare la dimensione ambientale: se la sicurezza è una priorità immediata, il cambiamento climatico resta una delle maggiori minacce di lungo periodo. La cooperazione scientifica dovrà pertanto fondarsi su principi condivisi: «la libertà della ricerca, la trasparenza, l’accessibilità dei dati raccolti», mantenendo cautela verso collaborazioni politicizzate o scientificamente inaffidabili.
Il contributo dell’Istituto Idrografico della Marina è stato illustrato dal contrammiraglio Fabrizio Orengo, che ha presentato i risultati di iNORTH, piattaforma di cooperazione scientifica tra Difesa, Marina Militare, università ed enti di ricerca. In dieci anni, attraverso le attività a bordo di Nave Alliance, il progetto ha sviluppato sei direttrici operative, dalla mappatura dei fondali al monitoraggio ambientale, dalla sperimentazione tecnologica alla formazione degli equipaggi.
«L’Artico è conosciuto per meno del 30% dei suoi fondali», ha ricordato Orengo. Le campagne condotte attorno alle Svalbard hanno consentito di percorrere oltre 7.000 miglia e mappare più di 32.000 chilometri quadrati, coinvolgendo oltre 150 ricercatori, cinque enti nazionali, quattro università e sette partner internazionali e industriali. I dati vengono condivisi con la comunità scientifica internazionale e costituiscono una base per le future attività di ricerca e sicurezza della navigazione. Il progetto proseguirà anche grazie all’arrivo di nuove unità navali predisposte per l’impiego in ambiente polare.
A completare il quadro è intervenuta Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con i risultati di uno studio che ha riunito i dati di 27 missioni satellitari per ricostruire la perdita di ghiaccio tra il 1979 e il 2023. Il bilancio è di 11.000 miliardi di tonnellate, una quantità equivalente a un cubo di ghiaccio di 23 chilometri per lato. La fusione ha contribuito a innalzare il livello medio globale dei mari di oltre tre centimetri, con conseguenze differenziate nelle varie aree geografiche.
«Il sistema Terra è profondamente interconnesso», ha osservato Panieri, richiamando la particolare esposizione di un Paese come l’Italia, caratterizzato da una lunga estensione costiera. La ricerca polare, ha aggiunto, non è soltanto produzione di dati, ma anche «fiducia, collaborazione» e costruzione di relazioni con le popolazioni indigene. Le attività italiane, comprese le mappe dei fondali prodotte dalla Marina, sono ormai utilizzate dalla comunità scientifica internazionale.
La nuova strategia artica dell’Unione Europea, adottata il 20 ottobre, è stata al centro dell’intervento di Claude Véron-Réville, inviata speciale dell’UE per l’Artico. Il documento, ha spiegato, rappresenta un passaggio politico significativo perché porta per la prima volta la politica artica italiana al livello di una strategia organica, in risposta a un contesto geopolitico e di sicurezza profondamente cambiato.
Quattro le priorità individuate: sicurezza e flessibilità, contrasto al cambiamento climatico, sviluppo economico e prosperità delle comunità locali. Oltre mezzo milione dei circa quattro milioni di abitanti dell’Artico sono cittadini europei. La strategia introduce inoltre il concetto di Northern Neighbourhood, un quadro di cooperazione destinato a rafforzare i rapporti con partner come Regno Unito, Canada e Stati Uniti.
Il rafforzamento militare russo, la cooperazione con la Cina, le minacce ibride e le attività della flotta ombra costituiscono, secondo Véron-Réville, fattori di crescente instabilità. Particolarmente esposte sono le infrastrutture critiche, a partire dai cavi sottomarini, essenziali per le comunicazioni internazionali. La risposta europea dovrà quindi puntare su «consapevolezza situazionale», flessibilità, preparazione e sicurezza marittima.
È proprio sul rapporto tra competizione economica e dimensione militare che si misura una delle principali trasformazioni dell’Artico. La presenza russa e cinese non può essere letta esclusivamente attraverso gli investimenti energetici, lo sfruttamento dei fondali o la ricerca di nuove rotte. La geografia della regione presenta infatti implicazioni dirette per la deterrenza strategica: un eventuale attacco missilistico lanciato dall’Artico verso il Nord America ridurrebbe drasticamente i tempi di allerta e le possibilità di intercettazione, esponendo il territorio statunitense a una vulnerabilità particolarmente delicata. È uno degli elementi che spiegano l’attenzione di Washington per il quadrante artico e la crescente centralità dei sistemi di sorveglianza e difesa.
A questo si aggiunge la questione della coesione occidentale. La postura europea appare ancora attraversata da posizioni non sempre convergenti rispetto agli Stati Uniti, con divergenze che investono la sicurezza, il rapporto con Israele e la stessa definizione degli interessi strategici dell’Occidente. In un contesto nel quale Russia e Cina sviluppano una crescente convergenza di interessi, l’ambiguità delle posizioni europee rischia di indebolire la capacità di elaborare una risposta comune. La questione non riguarda soltanto il coordinamento militare, ma la tenuta politica dell’alleanza euroatlantica.
La terza sessione ha spostato l’attenzione sul continente antartico, dove il modello italiano si fonda su una collaborazione consolidata tra ricerca scientifica, logistica e supporto militare. Nicola Casagli, presidente dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), ha ricordato la lunga attività dell’ente nelle regioni polari e il ruolo della nave rompighiaccio Laura Bassi, unica unità italiana dotata di capacità di ricerca oceanografica in ambiente polare.
La nave opera a disposizione del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide, in collaborazione con CNR ed ENEA. L’Oceano Australe svolge una funzione determinante nella circolazione oceanica, negli scambi di calore e nell’assorbimento di anidride carbonica, con effetti che raggiungono anche il Mediterraneo. La Laura Bassi è un vero e proprio «laboratorio scientifico galleggiante», attraverso il quale è possibile studiare gli ecosistemi marini, le interazioni tra oceano e calotte glaciali e i processi che contribuiscono all’innalzamento del livello del mare. Casagli ha insistito sulla necessità di investimenti continuativi, aggiornamento tecnologico e personale qualificato, sottolineando come la collaborazione con la Difesa sia essenziale per garantire sicurezza e supporto logistico alle spedizioni.
Il generale Carlo Di Somma, presidente del Comitato di indirizzo interforze per l’ambiente artico, subartico e antartico, ha affrontato il tema delle condizioni operative che rendono possibile la ricerca. «Quando parliamo di sicurezza, parliamo prima di tutto della sicurezza delle persone», ha precisato, richiamando la necessità di garantire accessibilità, continuità delle attività e affidabilità logistica. In Antartide, il supporto delle Forze Armate si concretizza attraverso la pista di Boulder Clay, i velivoli e il personale dell’Aeronautica Militare, oltre al contributo delle altre componenti militari. Un ruolo analogo è svolto dalle piattaforme navali, tra cui Nave Alliance, Laura Bassi e Gaia Blu, impegnate con funzioni differenti nelle attività scientifiche. Di Somma ha inoltre ricordato il progetto di Campo Alta Quota dell’Esercito, sviluppato dal Centro Addestramento Alpino come ambiente di formazione e sperimentazione di materiali e procedure per operare in condizioni di isolamento e freddo estremo.
La componente logistica e infrastrutturale è stata approfondita da Francesca Mariotti, direttrice dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA). All’Agenzia è affidata fin dalla definizione del Programma nazionale la gestione della logistica e della realizzazione e manutenzione degli apparati nelle basi. ENEA ha costruito la Stazione Mario Zucchelli e contribuito alla realizzazione della base Concordia, sull’altopiano antartico, attraverso un accordo siglato nel 1993 con l’istituto francese per la ricerca e le tecnologie polari.
Un’attività che richiede un’organizzazione complessa, a partire dalla selezione e dalla preparazione delle circa 200 persone che ogni anno raggiungono il continente, sottoposte a controlli medici rigorosi e verifiche di idoneità fisica e psicologica. Occorre inoltre garantire le condizioni di permanenza nelle basi, dalle apparecchiature scientifiche ai materiali per i laboratori, fino agli alimenti e ai beni di consumo. «Un lavoro continuativo, portato avanti da quarant’anni», ha sottolineato Mariotti, richiamando il contributo del personale che assicura il funzionamento delle spedizioni.
Silvano Onofri, presidente della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide, ha ripercorso l’organizzazione del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), istituito con la legge del 1985 e fondato sulla collaborazione tra CNR, ENEA e OGS, con il contributo delle Forze Armate. La programmazione triennale, proposta dalla Commissione al Ministero dell’Università e della Ricerca, viene tradotta in piani esecutivi annuali. Nel suo intervento Onofri ha ricordato anche la prima esperienza personale in Antartide, nel 1988, quando condivise cinque mesi di lavoro con Mario Zucchelli, allora capo spedizione. Un’esperienza che gli permise di conoscere direttamente le professionalità messe a disposizione dalle Forze Armate, dagli Alpini ai sommozzatori. Al centro del sistema resta il Trattato Antartico del 1959, che consacra il continente alla pace e alla scienza e costituisce il fondamento della cooperazione internazionale.
Nella sessione conclusiva Olafur Ragnar Grímsson, presidente di Arctic Circle ed ex presidente dell’Islanda, ha riconosciuto all’Italia la possibilità di svolgere un ruolo significativo nelle nuove dinamiche internazionali. La stessa Conferenza, per livello e partecipazione, rappresenta a suo giudizio un’iniziativa ancora poco comune nel panorama internazionale. Ha tuttavia invitato a non sottovalutare quanto resti ancora da conoscere delle regioni polari, troppo a lungo rimaste ai margini delle priorità politiche e intellettuali.
L’Artico, ha spiegato, deve essere letto distinguendo le sue diverse aree: quella americana, rappresentata dall’Alaska, quella canadese, quella nordica e quella russa. Quest’ultima costituisce circa la metà dell’intera regione. «La Russia è essa stessa una potenza artica», ha ricordato Grímsson, sottolineando come Mosca avesse già attribuito alla regione un’importanza strategica prima dell’invasione dell’Ucraina. Il trasferimento delle competenze sull’Artico verso il dicastero per gli Affari dell’Estremo Oriente rispondeva anche alla volontà di consolidare un asse economico con le potenze asiatiche, in particolare Cina e India, attraverso energia, attività minerarie e interessi commerciali.
Una convergenza destinata a incidere sempre più sugli equilibri globali.
In chiusura, il sottosegretario Isabella Rauti ha definito la seconda Conferenza un «salto di qualità» rispetto alla precedente, per la densità degli interventi e il contributo della comunità internazionale. Due gli elementi strategici emersi: la Total Defence, intesa come integrazione tra dimensione civile e militare, Istituzioni, industria, università e centri di ricerca, e la necessità di una strategia nazionale condivisa, fondata su cooperazione, dialogo e diplomazia scientifica.
L’invasione russa dell’Ucraina ha modificato profondamente il quadro geopolitico, riportando la sicurezza al centro delle strategie artiche. L’ingresso di Svezia e Finlandia ha reso la NATO più artica, mentre la Groenlandia assume un’importanza negli equilibri euroatlantici. Anche la nuova strategia europea, accanto alla tutela ambientale e alla lotta al cambiamento climatico, attribuisce centralità alla sicurezza, dalla sorveglianza marittima e satellitare alla protezione dei cavi sottomarini. «Non si tratta di militarizzare la regione, ma di garantire una deterrenza difensiva e capacità credibili di protezione», ha precisato Rauti.
La Conferenza si inserisce nel percorso avviato dalla Difesa attraverso le attività operative delle Forze Armate, le iniziative istituzionali e scientifiche e il contributo alla Politica Artica Italiana, presentata nel gennaio 2026. L’obiettivo è la costruzione di un’architettura nazionale polare capace di mettere in rete competenze, capacità e risorse della Difesa, delle Istituzioni, della ricerca e dell’industria. Una strategia nella quale la presenza italiana non sia limitata alla partecipazione alle attività scientifiche, ma possa tradursi in una capacità stabile di contribuire alla sicurezza e agli equilibri internazionali.









