Nelle vie del centro di Civitavecchia sorge la chiesa dell’Immacolata Concezione. All’interno si può ammirare il monumento funebre in memoria di Alessandro Cialdi, con il suo busto scolpito sotto il bassorilievo del porto di Civitavecchia. La scritta in memoria di Cialdi ricorda la sua poliedrica vita: comandante della marina pontificia, navigatore degli oceani, scrittore di nuove teorie sulle onde, sui flutti, sulle correnti.
Il nostro viaggio può iniziare da Baveno, piccolo comune piemontese affacciato sul Lago Maggiore, famoso per il granito rosa lavorato dai picasass, gli scalpellini del luogo. Da questa località, nel lontano 1839, il giovane civitavecchiese Alessandro Cialdi portò a Roma due imponenti obelischi, voluti dal principe Torlonia per onorare i propri genitori. Cialdi ideò l’impresa di effettuare l’intero trasporto via fiume e via mare. Gli enormi obelischi scesero dal Lago Maggiore attraversando tutta la rete di canali lombardi fino ad arrivare a Venezia.
Il carico imponente arrivò così dalla città della laguna alla foce del Tevere, a bordo del trabaccolo “Fortunato”, fino alla confluenza dell’Aniene, raggiungendo la località Sacco Pastore vicino a Villa Torlonia. Per superare il terreno impervio fino a Villa Nomentana, si decise di tirare a secco la nave con potenti leve e centinaia di uomini. La nave, trasformata in un “carro”, percorse in una settimana quasi tre chilometri, arrivando finalmente nel gennaio 1840 a Villa Torlonia tra la folla festante.
Il principe Torlonia, per celebrare l’impresa, organizzò nel giugno 1842 una grande festa a cui partecipò Papa Gregorio XVI e l’alta nobiltà romana per l’innalzamento del primo obelisco, tuttavia una violenta pioggia rovinò il sontuoso evento.
Il mese successivo, nel luglio 1842, in occasione dell’innalzamento del secondo obelisco, Torlonia volle offrire una grandiosa festa aperta a tutto il popolo di Roma. Giuseppe Gioachino Belli scrisse per l’occasione i versi satirici “La festa in Villa Nomentana”, sbeffeggiando l’ubriacatura generale della folla: «[…] Intanto il promotor del baccanale si godea da’ marmorei balconi quella imbriacatura universale. E per l’orgia di tanti imbriaconi, vedeva il nome suo fatto immortale tra il fango de’ quattordici rioni».
Al di là del realismo e della satira del Belli, l’impresa di Alessandro Cialdi è scolpita nella storia. Nato a Civitavecchia nel 1807, fu comandante della Marina Pontificia, talento logistico e scienziato. Nel suo trattato sul moto ondoso dimostrò che l’insabbiamento dei porti non era causato dalle correnti laterali litoranee, bensì dalla forza frontale del moto ondoso che spinge i sedimenti verso la costa. Ideò allora dei moli curvi e quasi uniti all’ingresso, come se fossero due braccia che si stringono a cerchio. Così facendo, le grandi onde sbattono all’esterno perdendo forza, mentre l’acqua che esce dal porto spazza via la poca sabbia rimasta, lasciando libero il passaggio. Queste teorie divennero realtà nella costruzione di Port Said, Civitavecchia e Pesaro.
L’arte ha fatto parte della vita di Alessandro Cialdi, d’altronde l’arte si può definire come il tentativo umano di immortalare la bellezza e renderla eterna, sia essa scientifica o pittorica. Anche nei numeri si vede l’armonia dell’universo, usati da Cialdi per calcolare una rotta o il moto ondoso.
Ebbene, l’intrepido navigatore compì un’altra impresa per papa Gregorio XVI: viaggiò tra il 1840 e il 1841 lungo il Nilo, spingendosi successivamente fino ad Assuan, per prelevare dei monoliti di alabastro, che servivano per sostenere il tabernacolo della Basilica di San Paolo fuori le Mura, dopo un devastante incendio. Li aveva donati allo Stato Pontificio il Viceré d’Egitto Mehmet Ali. Quello che colpisce è che Cialdi lamentandosi per la scarsa risonanza sulla stampa di questa spedizione, si sfogò sottolineando il fatto che il dono del Viceré d’Egitto fosse frutto della civilizzazione europea in Egitto, di una perfetta armonia tra due religioni: altri tempi, altri uomini.
Il viaggio fu anche l’occasione per raccogliere informazioni e reperti dell’antico Egitto, incrementando così la collezione del Museo Gregoriano Egizio fondato dallo stesso Pontefice e curato dal biblista Luigi Maria Ungarelli. Pensate che nella sala conferenze dei Musei Vaticani il 25 giugno scorso si è tenuto un dibattito dal titolo “Dal Tevere al Nilo. La spedizione di papa Gregorio XVI sull’eco di Napoleone (1840-1841)” ricordando, tra le tante vicende di questa spedizione culturale, il comandante Cialdi e le sue scritte commemorative, tra cui una nel tempio di Karnak.
La spedizione romana in Egitto salpò da Civitavecchia nel settembre 1840 con le tartane “San Pietro”, “San Paolo” e il mistico “Fedeltà”, era l’ultima spedizione a vela prima dell’avvento delle navi a vapore. L’equipaggio era composto anche da semplici borghesi, perché il compito di quella spedizione era, oltre l’alabastro, riscoprire l’antico Egitto. Il segretario della spedizione Camillo Ravioli, aveva il compito di appuntare ogni avvenimento del lungo viaggio, tuttavia, la mancata pubblicazione del suo diario illustrato fece cadere l’impresa nell’oblio.
Nel 1849 Cialdi prese parte agli eventi della Repubblica Romana. In questo periodo diede prova di una “realpolitik ante litteram”, decise di non opporsi alla forza navale francese, vista l’evidente sproporzione delle forze in campo, evitando così un inutile martirio militare nel porto di Civitavecchia. Una scelta lucida, fredda e calcolata, presa nella complessità del momento storico. Non aderì successivamente alla marina sabauda giurando così fedeltà al Papa. Condusse nel 1871 nel porto francese di Tolone la corvetta a vapore “Immacolata Concezione”, evitando così che venisse confiscata dal governo italiano. L’Immacolata Concezione torna così come un filo conduttore nella sua vita: è infatti nella chiesa a essa intitolata che sono ricordate le sue gesta.
Luca Scotto








